Avv. Armella: “Grazie all’EPA fra Ue e Giappone l’export italiano corre”

Nei giorni scorsi si è tenuto a Roma un convegno organizzato da Confapi Lazio dal titolo: “Epa, Economic Partnership Agreement: la crescita dell’export italiano verso il Giappone”.

Fra i relatori era presente Sara Armella, avvocato dello studio legale tributario Armella & Associati nonché autrice del libro “Diritto doganale dell’Unione europea”, cui AIR CARGO ITALY ha chiesto un approfondimento sull’impatto di questi accordi sull’export di prodotti Made in Italy verso il Giappone.

 

In tempi di “guerra dei dazi” tra gli Stati Uniti e la Cina e in attesa di conoscere gli esiti della Brexit, l’Unione europea ha imboccato con ancora più decisione la strada degli accordi di libero scambio. Dopo il Ceta, accordo con il Canada, il 1° febbraio 2019 è entrato in vigore il Trattato EPA (Accordo di Parternariato Economico tra UE e Giappone), con l’obiettivo di facilitare gli scambi commerciali tra gli Stati europei e il mercato giapponese che, quanto a dimensione economica, è il terzo al mondo, con una popolazione di 126 milioni di abitanti e un Pil pro capite di oltre 42.000 euro. Come ha sottolineato il ministro giapponese Akihiko Uchikawa nel corso del Convegno organizzato il 2 luglio scorso da Confapi a Roma, il Giappone ha già liberalizzato il 91% delle sue importazioni dall’UE, mentre l’export italiano ha ricevuto un incremento dell’8,8%, con un particolare successo per i formaggi (+ 17%) e i vini (+23%) nazionali.

Si tratta di un’intesa molto importante, soprattutto per le nostre imprese, considerato che il consumatore medio giapponese, molto esigente ed esperto, apprezza particolarmente i prodotti del Made in Italy.

L’utilità dell’accordo Epa si misura in termini operativi, considerando che non si limita ad abbattere gradualmente dei dazi, ma elimina una serie di voci di costo, in termini di procedure doganali e requisiti tecnici dei prodotti, attraverso la loro armonizzazione e semplificazione.

Queste tradizionali barriere riducono sensibilmente l’accesso all’export e consentono, di regola, soltanto alle grandi imprese di affacciarsi sui mercati esteri, anche per la capacità di sostenere investimenti nella rete distributiva e per la promozione internazionale. Comprensibile, dunque, i vantaggi dell’Epa per le piccole e medie imprese, che possono ora più agevolmente accedere al mercato giapponese e raggiungere, attraverso l’e-commerce, anche i consumatori finali, finora inaccessibili per molte aziende del Made in Italy.

Diversi sono i settori economici interessati dall’Accordo: sistema moda, meccanica, chimica, sistema casa, nonché per l’automotive, che rappresenta il secondo pilastro dell’export italiano. Direttamente beneficiato è l’abbigliamento, visto che i precedenti dazi giapponesi (dal 4 al 12%) sono stati già integralmente azzerati per effetto dell’entrata in vigore dell’Accordo. Inoltre, considerato che, per molti beni, i dazi giapponesi erano già a 0%, le tariffe sono ora eliminate in settori in cui l’UE è altamente competitiva, quali sostanze chimiche, plastiche e cosmetici.

Nell’immediato, il settore più interessato dal nuovo accordo è quello agroalimentare. Le indicazioni geografiche italiane possono essere registrate con le stesse procedure e gli stessi criteri adottati per i prodotti giapponesi, beneficiando della stessa tutela. Attualmente, i prodotti italiani tutelati sono 45 (delle 205 indicazioni geografiche europee), in gran parte vini e formaggi. A differenza dell’accordo con il Canada, inoltre, non si tratta di una lista chiusa di prodotti tutelati, con la possibilità di intervenire e ampliarla ad altre produzioni tipiche locali.

Per accedere a tutti i vantaggi dell’Epa e degli accordi di mutuo riconoscimento tra UE e Giappone, le imprese italiane dovrebbero avere ottenuto la certificazione Aeo-operatore economico autorizzato, rilasciata dall’Agenzia delle dogane, che riduce sensibilmente anche l’incidenza dei controlli, con gli inevitabili ritardi che ne conseguono. Inoltre, sono anche superati una serie adempimenti procedurali e documentali, grazie all’iscrizione degli esportatori nella banca dati REX (Registered Exporter System) gestito dall’Agenzia delle Dogane: ciò consente, infatti, di rilasciare direttamente sulla fattura la dichiarazione di origine preferenziale del prodotto.

Per la concessione del regime preferenziale, occorre approfondire il testo dell’Accordo, e in particolare il capitolo 3, per conoscere le regole di origine che devono essere soddisfatte affinché un prodotto possa essere considerato “originario” di un paese e beneficiare, di conseguenza, del trattamento preferenziale. In generale, la merce dovrà essere prevalentemente prodotta nel paese di origine o aver raggiunto un coefficiente minimo di “lavorazione sufficiente”, purché non consistente in operazioni di mera etichettatura, confezionamento o verniciatura.

Sara Armella

Avvocato in Milano e Genova

Autrice del libro “Diritto doganale dell’Unione europea” (Università Bocconi)

Studio legale tributario Armella & Associati

 

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