Anche l’export italiano di abbigliamento e macchinari a rischio con la guerra in Ucraina

L’invasione russa dell’Ucraina, avviata durante la notte, avrà con ogni probabilità pesanti ripercussioni sugli scambi commerciali con il paese, da cui l’Italia importa soprattutto prodotti metallurgici e alimentari e verso la quale esporta in particolare macchinari, ma anche abbigliamento e articoli in pelle.
Stando ai dati del sito infoMercatiEsteri.it, curato dalla Farnesina, l’export italiano verso il paese nel 2021 ha superato quello del pre-pandemia, attestandosi per quel che riguarda il solo periodo gennaio-novembre a un valore di 1.902,82 milioni di euro (contro i 1.752,18 dell’intero 2019), mentre l’import nello stesso intervallo è stato pari a 2.940,79 milioni di euro (era stato di 2.500,87 milioni nell’intero 2019).

Guardando più nel dettaglio alle varie categorie merceologiche, si nota come (in questo caso sulla base di dati relativi al 2020, anno in cui le esportazioni totali italiane verso il paese sono state pari a 1.701,96 milioni di euro) l’Italia abbia inviato in Ucraina in primis macchinari (per 399,12 milioni, contro i 455,33 del 2019), categoria merceologica seguita per valore da tabacco (152,25 milioni), prodotti chimici (147,77 milioni) e abbigliamento incluso articoli di pelle (129,65 milioni). Nel 2020 le importazioni (pari nel complesso a 1.883,39 milioni) hanno riguardato in particolare prodotti metallurgici (964,56 milioni), alimentari (292,52 milioni) e altri prodotti dell’agricoltura della pesca e da silvicoltura (250,53 milioni).

A livello globale secondo una analisi del Wto riferita sempre al 2020, ma con un maggior livello di segmentazione, le esportazioni dall’Ucraina nel 2020 hanno interessato in primo luogo olii di semi (5.320 milioni di dollari), mais (4.885 milioni), minerali ferrosi (4.239 milioni), granaglie (3.594 milioni) e prodotti semilavorati in ferro (2.746 milioni). Le prime cinque merci esportate verso il paese sono state invece motori per auto (3.504 milioni), prodotti petroliferi eccetto il greggio (3.372 milioni), prodotti medici confezionati (1.969 milioni), carbone (1.688 milioni) e gas di petrolio (1.454 milioni).

Parlando dei rischi che un conflitto potrebbe rappresentare per le supply chain da e per il paese, così come indirettamente per quelle da e verso la Russia (per via delle sanzioni che gli Stati occidentali stanno iniziando a imporle), la società di analisi Flexport nei giorni scorsi aveva identificato come probabili rischi  l’interruzione dei flussi fisici, il presentarsi di nuove sfide logistiche, le difficoltà a effettuare transazioni, fenomeni che avranno come effetto in particolare l’incremento dei prezzi delle varie commodity importate dal paese verso il resto del mondo.
Questo effetto per la verità si sta già dispiegando da tempo, visto che la escalation è in corso da settimane, e secondo Flexport oltre a un aumento del valore del gas (+217% a gennaio rispetto a un anno prima secondo dati del Fmi) e greggio (+67,7%, in risalita dopo che l’Arabia Saudita ha dichiarato che non cercherà di compensare eventuali riduzioni delle esportazioni russe) sta portando verso picchi storici i valori di alluminio (al suo massimo dal 2013) e farine (che si apprestano a fare altrettanto), mentre in generale i prodotti alimentare risultano più costosi del 21,8% rispetto a un anno fa.

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